La vendetta del popolo pipistrello: cosa la filosofia amerindia può insegnarci sul nuovo coronavirus

Originale su: https://www.radiocittaperta.it/informazione/la-vendetta-del-popolo-pipistrello-cosa-la-filosofia-amerindia-puo-insegnarci-sul-nuovo-coronavirus/

20/05/2020 – Di Els Lagrou.

Traduzione Thais Palermo Buti. Revisione Marta Monterisi.

Originale in portoghese su Blog BVPS

Els Lagrou, Professoressa Titolare di antropologia all’Università Federale di Rio de Janeiro, propone, attraverso la filosofia amerindia degli Huni Kuin, un’originale lettura cosmopolitica del nuovo coronavirus, particolarmente attenta alle varie forme di convivenza e relazione tra umani e non umani.

Ernst Haeckel. Chiroptera, 1904. In: Kunstformen der Natur, plate 67

Gli Huni Kuin dell’Acre (stato della Regione Nord del Brasile, ndt) e dell’Est della foresta amazzonica peruviana condividono con molti altri popoli indigeni della regione una filosofia di vita che potremmo definire ecosofica [ii] e che attribuisce la maggior parte delle malattie al fatto che mangiamo animali. Le persone si ammalano perché la selvaggina e i pesci, ma anche alcune piante che ingeriamo e altri esseri che aggrediamo o con i quali interagiamo, si vendicano e inviano il loro nisun, mal di testa e vertigini che possono provocare malattie e morte.

Lo sciamanesimo e l’uso di piante psicotrope, come il tabacco e la ayauasca, servono a scoprire l’azione di questi agenti invisibili e a contrastare, attraverso il canto, gli strumenti a fiato, i profumi e le piante medicinali, il movimento di cattura dello spirito della vittima da parte dei doppi (gli spiriti degli animali, ndt). L’universo della foresta è quindi abitato da una molteplicità di specie che sono soggetti a sé e negoziano il loro diritto allo spazio e alla vita stessa. In questo universo, la cosmopolitica degli umani consiste nell’uccidere solo ciò che è necessario, e nel negoziare con i proprietari delle specie o con gli stessi doppi degli animali. Vi è un’acuta consapevolezza che per vivere è necessario uccidere e che ogni azione, ogni predazione, innesca una contro-predazione.

Quando è stata annunciata la quarantena in Brasile, il mio amico, leader di canto do cipó (canto intonato nei rituali di ayahuasca e parte fondamentale dell’esperienza, ndt), Ibã Sales Huni Kuin, mi ha salutata per telefono: “Ci ritireremo nella foresta, staremo fermi e non lasceremo entrare nessun altro, perché tutto questo è nisun“. Non sapeva ancora nulla delle ipotesi sulla causa del nuovo virus, che indicano difatti il nisun di altre foreste. E sebbene il nome dato agli Huni Kuin dai loro nemici sia Kaxinawa, popolo pipistrello, loro non consumano questi animali perché li considerano esseri che possiedono yuxin, il potere di trasformare la forma. Tuttavia, ciò di cui un virus è capace lo sanno bene i loro antenati indigeni. Perché i virus importati, come l’influenza e il vaiolo, hanno causato in passato più morti tra la loro popolazione che non le guerre combattute contro di loro per l’invasione delle loro terre.

La narrativa scientifica più accettata al momento, per quanto possiamo dedurre dalla letteratura disponibile e liberamente accessibile durante la pandemia, attribuisce il nuovo corona al passaggio del virus da una specie di pipistrello (horseshoe bat) che vive nelle foreste cinesi agli umani [ iii]. L’ipotesi si basa sul sequenziamento del genoma del virus COVID-19 e sulle sue importanti somiglianze con un coronavirus presente in questi pipistrelli. Un altro animale che ospita un virus geneticamente molto simile è il pangolino, un tipo di armadillo asiatico molto apprezzato da gran parte della popolazione cinese come prelibatezza e medicamento. Un’ipotesi è che questo potrebbe essere stato l’ospite intermedio del virus tra il pipistrello e l’umano [iv]; le ultime ricerche, tuttavia, sostengono che il virus del pipistrello è più vicino al COVID-19 di quello trovato nei pangolini. Entrambi gli animali vengono consumati in Cina e in altri paesi asiatici. I primi casi del nuovo coronavirus sono stati rilevati in un grande mercato di Wuhan in Cina, dove vengono venduti animali selvatici vivi, tra cui pipistrelli e molti pangolini, sebbene la loro cattura e commercializzazione siano vietate.

Ju Chao, Five Bats, Qing Dynasty

Lo “zoonotic spillover” delle virosi che coesistono con le specie selvatiche, a cui non causano alcun danno, verso gli esseri umani, a cui provocano spaventose pandemie, non è iniziato e non finirà con il nuovo coronavirus. Altre epidemie recenti come la malaria, l’AIDS e la febbre gialla sono state il risultato dello spillover tra foresta e città. Il problema è particolarmente interessante per l’antropologia in generale e per l’etnologia in particolare, perché la nostra disciplina si è interessata sin dall’inizio alle complesse relazioni tra uomo e animale, Natura e Cultura, città e foresta. Gli agenti patogeni, che convivono in modo simbiotico con i loro ospiti animali, possono rappresentare diversi gradi di pericolo per l’uomo, a seconda della cultura o della società specifica in questione. Le regole sulla dieta e sulla negoziazione attinenti alla cacciagione indicano un sapere accumulato, da parte dei popoli della foresta, del potenziale patogeno degli animali. Questi hanno le loro consuetudini e i loro habitat che devono essere rispettati, se si vuole evitare che la preda si rivolti contro il predatore.

La novità di queste nuove epidemie, sostengono epidemiologi e biologi, consiste nella velocità con cui il virus viaggia e si moltiplica nell’ambiente umano, a causa dei grandi agglomerati e della circolazione di esseri della stessa specie nelle città e nelle regioni transitorie tra città e foresta. La realtà relazionale contemporanea di intensa circolazione di persone, merci e animali è il cronotopo perfetto per la diffusione di questa nuova minaccia mondiale. Questo cronotopo è accompagnato da una crescente riduzione delle aree forestali dove gli ospiti degli agenti patogeni convivevano con i virus, un genere di convivenza che non causava malattie né permetteva la trasmissione dei virus agli esseri umani.

In un’intervista rilasciata alla CNN (20/03/2020), intitolata “the bats are not to blame“, “i pipistrelli non sono i colpevoli”, Andrew Cunningham, professore della Zoological Society di Londra, afferma che: “la causa dello spillover zoonotico, ovvero il passaggio di un patogeno da pipistrelli o altre specie selvatiche ad altre, è quasi sempre il comportamento umano”. Il biologo evidenzia alcune interessanti caratteristiche dei pipistrelli che ci aiutano a capire la loro importanza e i loro pericoli per l’essere umano. I pipistrelli sono gli unici mammiferi a volare, il che significa che possono percorrere grandi distanze e disseminare molti agenti patogeni. Ma sono anche i più importanti impollinatori della foresta tropicale e molte specie dipendono esclusivamente dai pipistrelli per sopravvivere.

Nel mito di origine delle piante coltivate dei Huni Kuin, è stato uno scoiattolo trasformato in uomo che ha insegnato la coltivazione delle piante agli umani. Lo stesso scoiattolo, tuttavia, sapeva anche trasformarsi in pipistrello. Ai pipistrelli, come agli umani, piace vivere in grandi gruppi, il che facilita la diffusione di semi, pollini e virus. Il volo dei pipistrelli richiede molta energia, afferma Cunningham, il che fa aumentare molto la temperatura nell’animale, temperature che nell’essere umano significherebbero febbre. È per questa ragione che, quando passa all’uomo, il virus è così virulento. Un altro elemento interessante è che, come gli umani, i pipistrelli sentono lo stress. Quando percepiscono il loro habitat danneggiato dalla deforestazione o quando rimangono rannicchiati vivi nei grandi mercati insieme ad altri animali per essere sacrificati, l’aumento dello stress mette sotto pressione il loro sistema immunitario e può fare in modo che un virus latente si manifesti e diventi più contagioso.

Odilon Redon, Sleeping Bat, date unknown

Non è il fatto che gli umani mangino la cacciagione la causa delle epidemie. Le epidemie sono il risultato della deforestazione e dell’estinzione degli animali che un tempo erano i loro ospiti simbiotici. Le epidemie sono anche il risultato di una relazione estrattivista delle grandi città con le foreste. Esse sorgono ai margini delle foreste minacciate, negli interstizi dell’attrito interspecie e da lì sono rapidamente trasportate a tutto il mondo da camion, barche e aerei. E non è solo lo stress di queste prede a provocare le pandemie; anche altri animali soffrono e causano malattie. Questi animali sono prigionieri di un’altra area interstiziale tra la foresta e la città, la zona rurale del grande agrobusiness alimentare, ormai riconosciuta come luogo di origine di nuove influenze virulente che possono evolvere in pandemie. È stato nei grandi allevamenti industriali di pollame e di suini confinati che sono nate la cosiddetta “influenza suina” e altre influenze, che erano un preannuncio del virus che vediamo oggi.

La grande rete che collega umani e non umani è la causa e la soluzione al problema. Viviamo, su scala planetaria, un problema comune; anche la sua soluzione dovrà essere comune. Verrà dallo scambio interdisciplinare e internazionale di informazioni, ma verrà principalmente da ciò che possiamo imparare da altre tradizioni di pensiero che non sono state costruite sulla separazione dualistica tra natura e cultura. La sostituzione delle ontologie relazionali con l’opposizione tra “soggetto” e “oggetto”, risultante in un’ontologia dualistica, ha reso possibile la società modernista e capitalista e la sua invenzione di una macchina di conquista del mondo, che ha catturato nei suoi ingranaggi anche le più resistenti minoranze umane e non umane, le quali cercano di sopravvivere ai suoi margini.

Le ontologie di queste minoranze, tuttavia, usano un linguaggio che contiene conoscenze vitali per il pianeta oggi, e che dobbiamo urgentemente tradurre nel linguaggio della scienza. Così, nella sua videoconferenza per il Colloquio “I mille nomi di Gaia” (2014), Donna Haraway ha fatto appello a una rinnovata consapevolezza di come tutti gli esseri, compresi gli umani, siano composti da altri esseri e intrappolati in una fitta rete di con-divenire. Invece di interrelazionalità, abbiamo a che fare con una intrarelazionalità; siamo entità composte da relazioni, intrecciate da altri agenti e abitate da diverse soggettività. Siamo multipli e dividui piuttosto che individui; siamo frattali. Siamo abitati da batteri e virus sani e dannosi che combattono infinite battaglie.

Queste nuove scoperte scientifiche si avvicinano sempre di più a ciò che le filosofie amerindie hanno da tempo cercato di insegnarci. “La nozione di un’entità aggiunta all’ambiente deve essere scartata […]. Ci troviamo davanti a ciò che i biologi chiamano olobionte, la collezione di entità prese nell’insieme nella loro relazionalità che costruiscono un’entità abbastanza buona da poter sopravvivere” [v].

La reazione su scala planetaria alla nuova pandemia, che si diffonde nell’aria in goccioline invisibili, trasforma i nostri corpi in campi di battaglia invisibili dove, a volte, è l’autodifesa stessa, è la reazione eccessiva del nostro sistema immunitario agli invasori, ad uccidere le cellule vitali e così finisce per distruggere i nostri organi. Cioè, quando il sistema è troppo stressato, si auto-consuma. Non è il fatto di mangiare maiali, pipistrelli, galline o pangolini che causa le epidemie globali, ma il modo in cui la civiltà mondiale, che si nutre della crescita infinita delle città sulle foreste, sugli alberi e sui loro abitanti, ha smesso di ascoltare la rivolta, non delle cose, ma degli animali, delle piante e di Gaia. O, come direbbe Ailton Krenak, le persone sono state alienate e sradicate dalla terra che è viva e con la quale è necessario dialogare, convivere [vi].

[i] Professoressa Titolare di Antropologia della Universidade Federal do Rio de Janeiro, docente e ricercatrice del Programma di Post Laurea in Sociologia e Antropologia (PPGSA/UFRJ).

[ii] Termine usato da Kay Arhem in “Ecosofia Makuna”, 1993, In La Selva Humanizada: Ecologia Alternativa em el Trópico Húmedo Colombiano. Bogotá: Instituto Colombiano de Antropología, pp. 109-126.

[iii] Wallace, Rob; Liebman, Alex; Chaves, Luis Fernando; Wallace, Rodrick, April 1, 2020, “COVID-19 and Circuits of capital”, in Monthly Review, New York.

[iv] Tommy Tsan-Yuk Lam, Marcus Ho-Hin Shum, Hua-Chen Zhu, Yi-Gang Tong, Xue-Bing Ni, Yun-Shi Liao, Wei Wei, William Yiu-Man Cheung, Wen-Juan Li, Lian-Feng Li, Gabriel M. Leung, Edward C. Holmes, Yan-Ling Hu & Yi Guan. 28.03.2020,“Identifying SARS-CoV-2 related corona viruses in Malayan pangolins”, In Nature, www.nature.com.

[v] Donna Haraway, “Tentacular Worldings in the Chthulucene”, 2014. Videoconferenza. Disponibile su: <https://thethousandnamesofgaia.wordpress.com/>. Accesso il: 01/12/2017.

[vi] Krenak, Ailton. 2019. Idéias para adiar o fim do mundo. Companhia das Letras.

Una versione di questo articolo è stata tradotta allo spagnolo da Rubén Lombida ed è disponibile qui.