Di lavatrici e respiratori, una riflessione sulla globalizzazione ai tempi del COVID-19

A conti fatti, erano 15 anni che non compravo una lavatrice. Il mio ultimo acquisto risaliva al 2005, e i cambiamenti del mondo in questo periodo si sono riflessi sulla ricerca di un elettrodomestico, che è anche la ricerca di un’Italia, e di un mondo, che non c’è più.

14/07/2020 – di Thais Palermo Buti

Originale su Radio Città Aperta

Con due criteri determinanti e più o meno fissi per l’acquisto (profondità e budget), mi sono avventurata nella giungla della ricerca online e telefonica, in quanto impossibilitata ad andare in giro per negozi per via dell’isolamento fiduciario al quale sono soggetta, essendo appena rientrata dall’estero.

Non ricordo i miei criteri per l’acquisto del 2005, né quale lavatrice abbia preso allora, ma sarà stato senz’altro un acquisto più spensierato.

Ai due criteri più o meno determinanti di profondità e budget, ho voluto aggiungerne un altro: un marchio italiano di produzione nazionale, così da valorizzare il made in Italy e vendicarmi, a nome del popolo italiano, dei cinesi che ci hanno immersi nel Coronavirus.

Dopo aver chiamato Media World ed essere stata avvertita da un robot che un operatore mi avrebbe risposto dall’Albania, ho anche deciso di non affidarmi ai giganti dell’eCommerce o alle grandi catene di commercializzazione, facendo tutta una serie di validissime considerazioni sui nemici giurati dell’economia locale, del benessere sociale e dei lavoratori, e dell’ambiente.

Fuori Amazon in primis, fuori Media World, fuori Euronics e via dicendo. Solo marchi italiani prodotti localmente, e acquisto tramite canali di commercializzazione tradizionali quali i negozi di quartiere – che, incredibile a dirsi, ancora esistono.

E da lì la mia ricerca è diventata un’Odissea, nel senso più sfortunato del termine: un tentativo inutile di tornare a un’Itaca che non c’è più.

 

Il lento smantellamento del sistema industriale italiano

La ricerca della lavatrice mi ha messo di fronte a una verità così ampiamente conosciuta e discussa che ci si stanca solo a nominarla, ma è tanto dolorosa quanto è necessario guardarla in faccia: lo sgretolamento di tutta una serie di settori di punta dell’industria italiana, che ha comportato anche lo sgretolamento del tessuto sociale che li sosteneva.

L’industria del bianco è un caso emblematico: uno dei cuori dell’industrializzazione italiana del secondo dopoguerra, è stata erosa prima dalla concorrenza dei Paesi dell’Est, evoluti tecnologicamente soprattutto grazie alla costruzione di filiere generate dalla manifattura tedesca e competitivi in senso comparato perché con costo del lavoro inferiore rispetto all’Italia, e poi dalla Cina, entrata a gamba tesa nel mercato da qualche anno (anche acquistando marchi italiani come la Candy).

Prendiamo i marchi Ariston e Indesit. Negli anni Ottanta, la Merloni Elettrodomestici di Fabriano, proprietaria del marchio Ariston, acquista il suo storico concorrente, Indesit, che, in Campania, possiede quindici stabilimenti produttivi e occupa più di cinquemila operai, producendo radio, televisori, lavatrici, frigoriferi.

Alla fine degli anni Novanta, la società inizia la corsa al ribasso sui costi di produzione, ridimensiona gradualmente il numero di operai negli stabilimenti italiani – che negli anni Duemila impiegherà ancora 1200 lavoratori – e nel 1999 apre il primo stabilimento in Polonia per la produzione di cucine. Si arriverà infine alla vendita dell’impresa nel 2014 alla statunitense Whirlpool, raccontata dal Sole 24 Ore come un altro pezzo di storia industriale italiana che finisce in mani estere.

E si arriverà poi nel 2019 alla chiusura dello stabilimento di Napoli, che manderà a casa più di 400 lavoratori. Kaputt. L’allora ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha avuto una dura reazione, scrivendo su Facebook: “Pretendo che venga puntualmente fatta chiarezza”. Da sapere se come attuale Ministro degli Esteri lo stia ancora pretendendo.

La chiusura dell’ex Indesit a Napoli è avvenuta in quella che è entrata nella storia come la settimana nera dell’industria italiana, nel giugno 2019. La sequenza di episodi, come si legge sempre sul Sole 24 ore, ha mostrato la debolezza del tessuto produttivo italiano, ha evidenziato le crepe dell’edificio economico, civile e sociale e fatto trasparire il senso di disorientamento di un organismo – appunto il sistema industriale italiano – che sperimenta un affanno strategico.

In un’unica settimana sono andati a rotoli alcuni simboli dell’industria italiana e si sono polverizzati migliaia di posti di lavoro: i 1800 lavoratori di Mercatone Uno, andato in bancarotta, i 1400 cassaintegrati dell’ex Ilva, passata nelle mani dell’Arcelor Mittal (francesi e indiani), i 420 lavoratori di Whirlpool, senza dimenticare i 76 dipendenti di Unilever mandati a casa per lo spostamento della produzione del Dado Knorr al Portogallo.

Sono per l’appunto storie conosciute, strade battute, che si sono riflesse nella realtà delle società frammentate e consumistiche di oggi, servizievoli più che di servizio, e che Giuseppe D’Onofrio riassume bene in un estratto dell’articolo La fine dell’ex Indesit. Come scompare la grande industria in Campania, pubblicato su Napoli Monitor:

In questi anni le trasformazioni prodotte dalla ristrutturazione dell’economia capitalista avviata all’inizio degli anni Ottanta – frammentazione dei processi produttivi, specializzazione flessibile, esternalizzazioni in paesi caratterizzati da bassi salari e assenza totale o parziale di diritti dei lavoratori, organizzazione reticolare della produzione – hanno già determinato il declino industriale di numerose città e aree territoriali, ridisegnando la geografia del lavoro e della produzione. (…) Lo smantellamento della grande industria avviene in modo sempre più “scientifico”, attraverso il ricorso al “trasferimento del ramo d’azienda”: “L’impresa – racconta Raffaele, sindacalista Fiom della provincia casertana – cede l’azienda a un altro imprenditore a cui poi esternalizza per tre anni parte della produzione. Alla scadenza delle commesse, l’imprenditore concede gli ammortizzatori sociali e procede alla chiusura poiché non in grado di intercettare commesse sul mercato. Questa è stata la strategia principale utilizzata per smantellare fabbriche e classe operaia nei nostri territori”.”

Partendo da spunti diversi da D’Onofrio, ma che arrivano alla stessa amara conclusione, il giornalista Paolo Bricco fa una lucida analisi del caso Indesit per spiegare il destino del “capitalismo familiare” in Italia:

Whirlpool racconta la scelta di molte famiglie di imprenditori italiani di smettere di fare industria. I Merloni (ramo Vittorio), che hanno venduto la Indesit nel 2014, sono soltanto una delle tante famiglie storiche del nostro capitalismo industriale che, a un certo punto, hanno scelto di fare altro. Hanno venduto a investitori stranieri o hanno costruito il meccanismo ambiguo della fusione con concambio azionario che, alla fine, le hanno trasformate da famiglie di imprenditori a famiglie azioniste. (…) Il capitalismo familiare storico non esiste più, se non in minima parte. Da industriali che sono stati – per decine di anni, in alcuni casi addirittura per secoli – i fondatori dell’Italia manifatturiera – in Piemonte, in Lombardia, nelle Marche, in Toscana, in Veneto – sono diventati facoltosi signori, beneficiari di posizioni private banking, clienti di family office fra la Svizzera e Hong Kong, proprietari di società personali con cui fare investimenti appunto personali, titolari di holding con cui esercitare il neutrale e asettico mestiere dell’investitore. Senza più l’odore della fabbrica.

E di questo odore della fabbrica, forse, ne avremmo bisogno più che mai.

 

La guerra delle mascherine nella diplomazia 2.0

Se dallo smantellamento di un sistema industriale derivasse soltanto la scelta tra fare il bucato a mano o comprare lavatrici cinesi/dell’Europa orientale, non ci sarebbero grossi problemi. E infatti ci siamo adeguati abbastanza bene.

I nodi vengono al pettine quando ci rendiamo conto di non avere più la capacità produttiva necessaria per venire incontro a un’emergenza sanitaria come quella della pandemia da COVID-19. Quando non sappiamo che farci delle Ferrari e dei capi Armani prodotti sul territorio, se non abbiamo respiratori o mascherine. Quando ci accorgiamo di essere alla pari di un utente eBay nella districata e spietata concorrenza del mercato internazionale per acquistare gli aggeggi che ci fanno respirare.

E nell’apice della crisi in Europa, io guardavo l’Italia da una quasi irraggiungibile America Latina e, tutto sommato, un po’ la invidiavo: c’era un governo che prendeva decisioni più o meno coordinate (anche se all’italianamente), c’era una protezione civile che forniva i dati e richiamava alla riconversione industriale, c’era un parco industriale che si rimetteva in moto, temporaneamente che fosse, per produrre quello che si doveva produrre.

Non voglio dire che l’Italia sia la Germania e lo si è capito anche in questa crisi. Ma in Brasile, mi toccava assistere all’arrivo della pandemia con la consapevolezza amara dei condannati a morte. Lasciando da parte tutte le considerazioni già fatte in altre occasioni e ormai ampiamente diffuse sulla gestione della crisi da parte del governo brasiliano e sulle sue conseguenze, ero sconcertata dalle notizie sulla mancanza di disponibilità sul territorio nazionale dei dispositivi di protezione, dei reagenti per i tamponi, dei respiratori, e del personale medico, ma ero soprattutto inorridita dalle cause di questa carenza strutturale e di come le autorità, ciascuna in un si salvi chi può, cercavano di correre ai ripari.

Mentre la riconversione industriale per la produzione di attrezzature e forniture sanitarie avanzava nel mondo, in Brasile, a causa dell’assenza del governo federale, questa si è limitata agli sforzi occasionali di enti settoriali e aziende soprattutto del settore automotive, rilevante nel Paese.  Contemporaneamente, alcuni membri del governo, con un timing fuori dalla norma, hanno deciso di avviare delle campagne oltraggiose contro la Cina, principale partner commerciale del Brasile, aprendo una grave crisi diplomatica con quello che è oggi, che ci piaccia o no, il principale fabbricante dei prodotti fondamentali per combattere la pandemia, rischiando così di mandare all’aria il rifornimento di queste attrezzatture.

Chi più chi meno, ma i cittadini di tutti i Paesi sono stati il pubblico pagante, con il sangue, dell’western commerciale a cui si è assistito in questi mesi, e che ha fatto beffa del concetto di “libero scambio” tanto sbandierato dai liberal di turno.

La pandemia ha messo a nudo la vera natura delle relazioni tra molti Paesi, che sono state ulteriormente danneggiate, a causa di tensioni concentrate soprattutto su questioni quali la disponibilità di medicinali e attrezzature mediche.

Mentre la Cina inaugurava la sua nuova diplomazia delle mascherine, il soft power ai tempi del coronavirus, gli Stati Uniti sono stati accusati da diversi Paesi tra cui Francia e Germania di usare tattiche da pirateria per accaparrarsi quanti più rifornimenti possibili.

Sembra sia diventata routine per il governo Trump rubare dei contratti già firmati e a volte pagati da altri Paesi, offrendo prezzi totalmente al di sopra del mercato; bloccare la consegna delle partite ferme nei suoi porti o aeroporti destinata alle regioni che avevano già firmato contratti per l’acquisto delle forniture; confiscare spedizioni di mascherine comprate da altri Paesi alla Cina, e che facevano scalo in Paesi terzi (Bangkok, in Tailandia, ad esempio); piazzare i suoi funzionari sulla pista di decollo in Cina con i soldi in mano e offrire tre o quattro volte il prezzo del contratto per poi mandare degli aerei a prenderli, e così via.

Il Brasile – che dipende al circa 90% dall’importazione di questi prodotti, quando nel 1979 ne doveva importare soltanto il 25% – è stato vittima di molti di questi “contratti cancellati” all’ultimo momento dalla Cina senza spiegazione, ed è rimasto a mani vuote mentre la gente moriva negli ospedali. È la giustizia del buon vecchio capitalismo.

 

La vera guerra non è contro il COVID-19

A scapito della terminologia bellica scelta per affrontare la pandemia, di cui abbiamo già parlato in questo articolo, la vera guerra che si dovrebbe combattere non è contro il COVID-19, ma contro gli abusi tipici del libero mercato che, a fior di coerenza, non sono mancati neanche in questa occasione. Dal Brasile alla Spagna, dall’Italia alla Turchia, passando per India, Peru, Costa Rica, quasi tutti i Paesi del globo sono stati interessati – come produttori o come acquirenti – dalla guerra delle mascherine, una guerra commerciale per l’approvvigionamento, o la vendita al miglior prezzo, di materiale sanitario.

È banale e ingenuo attribuire la colpa per la pandemia agli orientali che mangiano i pangolini così come è superficiale puntare il dito contro Trump o Xi Jinping, che non sono altro che araldi, forse più beceri o spietati del normale, dell’imperialismo che le loro nazioni hanno sempre personificato.

Forse invece bisognerebbe chiederci perché io, la mia lavatrice slim (perché di quelle strette pare non ne producano più), non sono riuscita a trovarla di marchio italiano, e quella che ho comprato – un’Electrolux – non sono mai riuscita a capire dove sia stata effettivamente prodotta, o assemblata, e non sono riuscita a comprarla in un negozio di quartiere perché sforava completamente il budget. Avrò fatto felice MediaWorld, forse meno la centralinista dall’Albania, ma chi lo sa che poi sia l’unico lavoro che la fa campare ed è felicissima. Non so se a produrre i pezzi della mia lavatrice nuova di zecca sono stati bambini dodicenni, e se a portarmela a casa sarà un “collaboratore” di MediaWorld che si spacca la schiena per 3 euro a consegna. Volevo evitare tutto ciò, ma non ce l’ho fatta.

Perché siamo arrivati a questo?

Se vogliamo scendere nei bassofondi della ragione, forse allora dovremmo sapere che negli ultimi decenni, cioè dalla liberalizzazione finanziaria degli anni 80/90, il peso della finanza è cresciuto enormemente rispetto a quello delle attività produttive ed economiche. Come si legge nella “Mini guida per capire la crisi della finanza”, già di qualche anno fa, tra il 1980 e il 2005, gli asset della finanza sono passati dal 109% al 316% del valore della produzione mondiale. La maggior parte delle grandi imprese sono oggi controllate da attori finanziari quali fondi pensione o di investimento, il cui scopo è la massimizzazione del profitto a breve termine e non lo sviluppo di lungo periodo dell’impresa stessa. Molte di queste imprese industriali, inoltre, realizzano buona parte dei loro fatturati tramite attività finanziarie e non produttive, rendendo di fatto impossibile distinguere tra capitale produttivo e capitale speculativo.

Non a caso è la finanza la causa delle continue e profonde crisi che hanno scosso l’economia mondiale negli ultimi anni, che poi vanno a contaminare la cosiddetta “economia reale”. Viviamo in un mondo di fantasia, con un futuro ipotecato, e un presente indebitato, nelle mani di speculatori che – siano essi rampanti rappresentanti della new o della GIG economy o vecchi industriali stanchi dell’odore della fabbrica – si arricchiscono alla faccia di nuove o vecchie schiavitù, con un capitale crescente che naviga in yacht di paradiso in paradiso.

Nel frattempo, ci indebitiamo sempre di più, soprattutto le famiglie, anche in Italia, storicamente un popolo di risparmiatori e per questo spesso giudicati “arretrati” dal punto di vista finanziario. In Brasile, nessuno si chiede quanto costi un prodotto finale, ma solo se riuscirà a pagare le rate mensili. Negli Stati Uniti, dove il debito dei cittadini ha di molto superato il PIL del Paese, tendenza inversa a quella del debito pubblico sempre più ridotto, e dove i debiti vengono abitualmente contratti non solo per l’acquisto della casa ma anche per spese mediche e per le spese correnti e alimentari, una percentuale importante della popolazione non ha le riserve economiche per restare senza lavoro neanche per un mese.

Questo favoloso mondo dei soldi a buon mercato, del credito facile, della rata infinita, letto nel contesto reale, ma parallelo, che è quello della deindustrializzazione, della altrettanto infinita mobilità dei capitali in cerca di guadagni migliori, dello sviluppo tecnologico, insieme a una forse nostra eccessiva distrazione per forse troppo tempo, hanno costituito un mix esplosivo – ciascun componente con il suo proprio peso – che ha portato a questa triste realtà di oggi.

Mentre un pugno di operai scioperava solitario davanti ai cancelli delle fabbriche, assistiti da sindacati inerti con le briciole in mano, i soldi, quelli veri, varcavano i confini, e tanti di noi si gonfiavamo il petto con i contratti co.co.co, la modernità, orgogliosi di questa nuova società dei servizi, delle nuove città del consumo, che hanno preso il posto, in tanti territori, delle città industriali, dove gli hinterland, oggi occupati da capannoni Amazon, diventavano sempre più smarriti e smantellati, dove “si fantasticava di un florido passato capitalista che per un po’ di tempo ha dato a qualcuno la speranza che la sua vita potesse veramente migliorare”, come ha scritto la scienziata politica Jodi Dean nel suo articolo “Neofeudalism: The End of Capitalism?” (Internazionale 1362 del 12 giugno 2020).

Per Dean, gli hinterland sarebbero un simbolo dell’era post-capitalista in cui già ci troviamo: “resti di un capitalismo industriale che li ha lasciati indietro per affidarsi a manodopera meno costosa, gli hinterland sono pronti per il nuovo intenso sfruttamento del neofeudalesimo. Non fabbricando più oggetti, i loro abitanti sopravvivono lavorando in magazzini, call center, negozietti e fast food. Il recente libro di Phil A. Neel Hinterland sottolinea le somiglianze tra Cina, Egitto, Ucraina e Stati Uniti: sono tutti paesi pieni di lande desolate e quasi disabitate e città al limite del sovraffollamento”.

Tante cose si possono imparare dall’acquisto di una lavatrice.

La mia, tra l’altro, è bellissima.

 

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Altre fonti:

Mascherine e respiratori, ecco le fabbriche che si riconvertono

https://www.ilsole24ore.com/art/da-miroglio-menarini-fabbriche-che-si-riconvertono-contro-coronavirus-ADLIFdD

Coronavírus: críticas de ministro à China podem prejudicar envio de máscaras e testes ao Brasil, dizem analistas

https://www.bbc.com/portuguese/brasil-52193435

China cancela venda de respiradores para Bahia e carga fica retida nos EUA

https://istoe.com.br/china-cancela-compra-de-respiradores-pela-bahia-e-carga-fica-retida-nos-eua/

Coronavirus: cómo afecta a América Latina la pugna entre países por conseguir respiradores, ventiladores y mascarillas

https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-52233577

Arcuri alla guerra commerciale su mascherine e ventilatori, con Pechino nostra alleata

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-guerra-commerciale-su-mascherine-e-ventilatori-e-il-ruolo-della-cina_it_5e71160cc5b60fb69ddf59d7

Le crisi finanziarie

http://www.consob.it/web/investor-education/le-crisi-finanziarie

Debito privato in volo: negli Stati Uniti i semi di una nuova recessione

https://it.insideover.com/economia/debito-privato-in-volo-negli-stati-uniti-i-semi-di-una-nuova-recessione.html

Immagini:

https://pixabay.com/it/photos/lavatrice-giocattoli-metallo-foglio-546985/

https://pixabay.com/it/photos/fan-raffreddamento-elica-3645379/

https://pixabay.com/it/photos/luoghi-perduti-vecchio-decadimento-1549096/

https://pixabay.com/it/photos/statua-maschera-antigas-respiratore-918889/

https://pixabay.com/it/photos/vendita-consumi-moda-lo-shopping-5379799/

https://pixabay.com/it/illustrations/dollaro-consumismo-business-1644801/